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Lina Merlin e il suo confino in Terra di Sardegna

Forse non tutti sanno che la storia contemporanea della Sardegna si connette strettamente a quella dell’Italia oltremare, e in particolare a quel nuovo stato Costituente che vide ufficialmente i natali al seguito della II Guerra Mondiale. L’isola infatti, venne spesso utilizzata come “prigione a cielo aperto”, luogo dove antifascisti e fascisti dissidenti vennero mandati al confino. Tra questi spiccano personalità importanti della politica italiana.

Nel 1929, Lina Merlin, espulsa dalla scuola, scontò la pena di 5 anni nell’Isola, risiedendo a Nuoro, Dorgali e Orune, esperienza di cui parlò ampiamente nella sua auto-biografia “La mia vita”. Tra le righe emerge l’immagine di una Barbagia all’apparenza rude e difficile, ma che si rileva gentile, delicata e fiera del proprio essere.

la storia siamo noi,donne di orune (foto di claudio gualà)

«Scendemmo a Terranova Pausania (attuale Olbia, ndr) all’alba. “Venga dietro di me,” mi disse il maresciallo; “le offro un caffè, ne ha bisogno. Non posso fare altrettanto con i suoi compagni, perché essi sono insieme ai coatti comuni che si recano alla Colonia di Mammone e non debbo usare un trattamento diverso”. Ci avviammo verso il bar. Alle prime luci del giorno mi apparve il paesaggio sardo, desolato e brullo. Mi si strinse il cuore al pensiero che avrei dovuto vivere, o vegetare pe cinque anni in quella prigione a cielo aperto.[…]

Poco dopo eccoci nel trenino-caffettiera che ci conduceva a Nuoro, in carcere come primo ostello. Copiuti i riti, muniti di libretto “dei delinquenti” fummo lasciati a Nuoro per tre giorni, oggetto della curiosità dei cittadini; e mentre tutti, specie le donne, si occupavano del mio cappotto elegante, io avevo chiesto di vedere la casa di Grazia Deledda, recente premio Nobel per la letteratura. Scaduti i tre giorni, fummo tradotti a Dorgali.[…]

Il ricordo di Dorgali si profuma di fiori di mandorlo, si colora dell’azzurro del mare travisto da un piccolo tunnel scavato sul monte Bardia, vibra del canto delle donne, eleganti nei loro caratteristici costume e belle come figure egizie. […] e si rallegra il ricordo dello scoppiettio di una fiamma intravista da una porta aperta. Ne avevo sentito il tepore da lontano e mi ero avvicinata. Una donnina mi guardò e con voce invitante mi disse “Veni in domo mea”. In quel dialetto latineggiante sentii la forza di una civiltà che non era morta, ma doveva, chissà quando, vincere la barbarie di cui troppi italiani erano schiavi.

Da Dorgali un brutto giorno fui trasferita a Orune, per punizione. Non avevo trasgredito le severe regole del confino, ma il paese detto il più fascista della Sardegna s’era dimostrato troppo fraterno con i confinati politici, anzi entusiasta, attribuendoci qualità e meriti che probabilmente non sognavamo neppure di avere e ciò non garbava ai gerarchi del regime.

vista con granto

Ad Orune si ripetè la stessa ondata di simpatia e di entusiasmo popolare. Vi avevo trovato l’onorevole Antonino Campanozzi, letterario e scrittore, già direttore de “La giustizia”. Come trascorrevamo le lunghe giornate su quel cocuzzolo di montagna battuto dai venti impetuosi? Qualche volta si andava a passeggiare nella piazzetta San Bernardo, il sito più riparato. Un giorno mi si piantò dinnanzi un vecchio pastore che mi domandò a bruciapelo: “Ma al nostro governatore non piacciono le belle donne? Perché vi ha mandato qui?” c’erano meraviglia e protesta nella sua voce.
Tutte le mattine m’ero impegnata a preparare per gli esami di stato alcune giovani maestre, molto volenterose e intelligenti, grate al buon Dio di aver ispirato a Mussolini di mandarmi nel loro villaggio.
Non avevamo giornali né libri. […] Con l’onorevole Campanozzi decidemmo di rileggere la Divina Commedia e andavamo per questo nel pomeriggio, alla breve ombra di un lentischio. Un giorno un pastorello si fermò dinanzi a noi, ascoltando attentamente “Che cosa capisci?” gli domandò l’onorevole Campanozzi. “Tutto” rispose. Gli rivolsi alcune interrogazioni e difatti dimostrò d’aver capito tutto. Dante non ha bisogno di commenti quando è letto bene.

Orune, “posto in altura in vista de su mare”, era anche un paese di banditi, come Bitti e Orgosolo. Il bandito sardo non ha nulla in comune con il fuorilegge di altre regioni italiane: è il prodotto umano di una civiltà ancora primitiva, dove uno si fa giustizia da sé con la vedetta implacabile, quando si ritiene danneggiato, offeso o male giudicato dai magistrati; ma non è venale, non serve loschi interessi e, all’occasione, sa mettersi a disposizione dei deboli.

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Noi confinati eravamo, ci si assicurò dai maggiorenti del paese, dei poveri ostaggi esposti a tutte le pazzie del regime. Se si fosse ancora attentato alla vita di Mussolini, avremmo pagato con la nostra, fu allora organizzato il nostro salvataggio con l’aiuto dei banditi.

No, il sapore romantico dell’avventura non mi solleticava affatto. Come avrei potuto vivere lassù sulla montagna brulla, insieme ai banditi con una stuoia per letto, latte cagliato per cibo, poca acqua per lavarmi, io che gi soffrivo tanto per la mancanza delle comodità cittadine? E senza ricevere lettere, sia pure censurate dai miei familiari es essi restare senza mie notizie? Ma fortunatamente non ci fu bisogno del salvataggio, perché il Duce del Fascismo poté campare ancora indisturbato per quasi un ventennio

Dal 1946 al 1958 la Merlin fu l’unica donna sempre eletta dall’Assemblea costituente alla 3ª legislatura, prima al Senato e poi alla Camera e la prima donna a parlare al Senato nel giugno del 1948. 10 anni dopo fu approvato il disegno di legge presentato nel 1948 per l’abolizione delle case riservate alla prostituzione controllata dallo Stato, eliminando la schedatura di 3000 donne. La società italiana, allora, sottopose la senatrice a critiche feroci. Nel 1961 usci dal Psi e nel 1963 rinunciò a una nuova candidatura.

donna orune