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Di Janas, telai, donne e capolavori…

C’erano una volta, in Sardegna, piccole fate, belle e delicate, chiamate Janas. Vivevano in case scavate nella roccia, cucivano e filavano le proprie vesti e lavoravano la terra.

Per l’artista Maria Lai erano

«api operose trasformate da un dio distratto in piccole divinità. Il loro pungiglione era diventato un ago e vissero per millenni in attesa delle donne che sarebbero arrivate nell’isola. Durante l’attesa sognavano di essere donne, fingevano di esserlo, costruivano case scavate nella roccia e telai d’oro. […] Quando le donne entrarono nel mondo delle janas, dei fili, dei telai, impararono a filare e tessere. Si incontrano così la severa organizzazione delle janas e l’infinita pazienza che le donne avevano maturato: gli elementi su cui può nascere la creatività. Le donne producono tessuti con immagini costruite nell’ordine di un ritmo, e insieme ricche di continui mutamenti di forme e colori.»

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A veder bene i manufatti della tradizione isolana sembrano creati proprio da piccole divinità.

Alla tessitura sono affidati i valori più profondi della comunità, il senso della famiglia e delle radici, la forza del proprio passato, tramandati di donna in donna, di telaio in telaio.

Siamo stati a Orune e abbiamo incontrato Dina.

Dina è una ragazza che ha imparato a tessere al telaio verticale da una signora di 84 anni. Ormai le due donne sono le uniche che detengono a Orune il sapere legato alla creazione del tappeto tipico, chiamato Sa Burra Puddichittada.

«E’ il tappeto tradizionale, che ormai era già scomparso dal mercato. Nel paese era rimasta solo un’artigiana, ormai anziana, che non riusciva a soddisfare la richiesta del mercato orunese. Così sono andata a imparare là. L’arte mi piaceva e ho continuato»

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Il materiale utilizzato è la lana di pecora, la cui lavorazione era lunga e complessa, costituita da tante fasi: si eliminavano le impurità, la lana veniva lavata a caldo e messa poi a sgocciolare su grossi massi. Una volta raffreddata si procedeva con il risciacquo e posta nuovamente ad asciugare sui muri o cespugli.

Il periodo favorevole per il lavaggio era l’estate e di norma non veniva mai eseguito durante la luna piena, ma soltanto luna crescente o calante; non doveva assolutamente soffiare il vento di levante ma il libeccio, perché nel primo caso la lana sarebbe stata rovinata dalle tarme.

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Si effettuava la cernita. La lana migliore veniva riservata per l’orbace e l’ordito di particolari coperte, l’altra destinata al filato utilizzato come trama nei tessuti di altri manufatti. Quella di scarto per riempire guanciali e materassi.

«Come per tanti paesi della Sardegna, anche a Orune l’attività principale era la pastorizia. Era quindi diffusa la presenza del telaio nelle case ed è normale che la lana, come tutti i prodotti e i materiali legati a questa attività, veniva utilizzata per queste cose»

Su sfondi di colore chiaro (bianco o gallo spento) sono riportati motivi geometrici e naturalistici: figure floreali (su frorinzu), romboidali,  intrecci (sa trizza) e le cosiddette sanguisughe.

«A Orune è chiamato sa burra puddichittada in riferimento a uno dei motivi che decorano il tappeto, quello romboidale, che richiede un complesso gioco di mani nella lavorazione, la quale avviene in diagonale. Dopo aver visto un antico tappeto ho memorizzato i disegni e i fili, costruendo uno schema mentale».

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Le funzioni sono spesso scaramantiche e talismaniche. Non è infatti un caso che attorno alla tessitura si creasse un’aurea di sacralità: sacra doveva essere l’area domestica predestinata a ospitare il telaio, sacri i simboli che la decoravano, sacri i gesti che disciplinavano la realizzazione dei manufatti, così come le spole e i fusi. Dunque anche i tessuti, realizzati all’interno del nucleo familiare e ad esso destinati, erano elementi utili carichi di proiezioni simboliche: un tutto, insieme di gesti, segni e colori che all’occorrenza rappresentava giaciglio e pavimento, culla, sacca e tasca, tovaglia, luogo di preghiera.

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L’attività della tessitura era un’importante voce di implemento per l’economia domestica. I manufatti prodotti in eccedenza erano infatti oggetto di commercio. Attraverso i tessuti sono avvenuti rilevanti scambi economici e culturali tra le popolazioni dell’interno e quelle dei campidani e delle zone costiere, che hanno contribuito non poco alla creazione/invenzione di un linguaggio formale costituito da elementi decorativi depositari di importanti significati simbolici. Copricassa, copritavolo, coperte, bisacce, teli per la panificazione, elementi del vestiario e del corredo, collane destinate alla bardatura di cavalli e buoi costituivano le tipologie di tessuti presenti nella società tradizionale isolana.

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«Tappeti antichi di ruvida lana che sfidano il sole di tutt’agosto senza perder colore. Nati dal dolore di un’antica sposa. Le nipoti, ancora fedeli ai miti e ai telai, credono che tessere porti fortuna: il battere del telaio nel silenzio della casa e nell’attesa e nella malinconia dei giorni non lascia, infatti, morire la speranza» (Salvatore Cambosu)

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Bibliografia: Tessuti, tradizione e innovazione della tessitura in Sardegna –  Ilisso.