lula9 Santuario di S.Francesco

San Francesco di Lula

«San Francesco comparisce in alto, sulle rocce, disegnato sul cielo turchino. Sembra un piccolo forte, con le sue casupole, le cumbessias, i camini, i portoni, il muro di cinta del vasto cortile, tutto bianco e rosso sulla serenità del cielo e del paesaggio…Entrando in chiesa mi riconforto alquanto accorgendomi subito che San Francesco è la chiesetta più ricca, fresca e bella di tutte le campagne nuoresi: ha il pavimento e l’altare in marmo, le pareti adorne di lapidi, la volta allegrata da una moltitudine di testine d’angeli biondi, se non molto artistiche, certo assai sorridenti. Una freschezza, una pace infinita era là dentro: nella luce profonda delle volte le rondini s’agitavano garrendo, entrando in un finestrino e uscendo dall’altro; sentivasi quella voce, in quel volo e in quel canto la serenità, l’immensità del paesaggio esterno» (Grazia Deledda)

Quella di San Francesco è una delle feste campestri più suggestive e particolari della Sardegna, ampiamente narrata dalla Deledda nel romanzo Elias Portulu.

Il santuario, situato a 2km dal paese, si erge in un paesaggio dominato dal Montalbo.

L’aspetto attuale della chiesa risale al ‘700 ed è circondata dalle caratteristiche cumbessias, piccole dimore erette per ospitare i novenanti e i pellegrini. Leggenda vuole che l’edificio sia stato costruito per volere di un bandito:

«La chiesa di San Francesco sorge sulle montagne di Lula. La leggenda la dice edificata da un bandito che, stanco della sua vita errabonda, promise di sottomettersi alla giustizia e di far sorgere la chiesa se veniva assolto. Ad ogni modo, vera o no la leggenda, i priori, cioè quelli che dirigono la festa, vengono ogni anno sorteggiati fra i discendenti del fondatore o dei fondatori della chiesa. Tutti questi discendenti, che si dicono anche parenti di San Francesco, formano, al tempo della festa e della novena, una specie di comunità, e godono certi privilegi. I Portolu erano nel numero» (Elias Portulu, G.Deledda)

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L’evento coinvolge, oltre la comunità di Lula, anche quella di Nuoro. Alla vigilia della festa, infatti, che si svolge 2 volte l’anno, a Ottobre e Maggio, parte il pellegrinaggio dalla chiesa della Solitudine di Nuoro, per arrivare al santuario campestre la mattina successiva. 33 Km.

«Zia Annedda ed Elias, prima di partire, andarono ad ascoltar la messa nella chiesetta del Rosario: poco prima che la messa cominciasse venne un uomo, un paesano, andò davanti ad un altare e prese una piccola nicchia di legno e vetro; dentro c’era un piccolo San Francesco: mentre stava per uscire, alcune donne gli fecero cenno perché si accostasse e porgesse da baciare la nicchia […].Poco dopo tutti erano in viaggio. Il priore, un paesano ancor giovane, con la barba quasi bionda, montava un bel cavallo grigio, e portava lo stendardo e la nicchia: seguivano altri paesani, con donne in groppa ai cavalli; donne che cavalcavano da sole, donne a piedi, fanciulli, carri, cani. Ciascuno però viaggiava per conto suo, chi più in là, chi più in qua della strada.» (Elias Portulu, G.Deledda)

Tante le usanze che rendono unica la manifestazione. Ai fedeli viene offerto su filindeu, una minestra cotta nel brodo di pecora e il sanguinaccio, chiamato zurrette.

filindeu - RAS

Non mancano i riti votivi, come quello de sa bertula, la bisaccia, nelle cui tasche vengono posti il bambino malato, in una, e le offerte raccolte con la questua nell’altra. O de sa pesada, che consiste nell’offrire al santo carne di agnello o vitello di egual peso del bambino malato.

Un altro elemento che sicuramente caratterizza la festa è la convivialità, l’incontro e l’aggregazione che nascono attorno alle cumbessias:

«Il divertimento maggiore era però nella grande cumbissia, di notte, attorno agli alti e crepitanti fuochi di lentischio. Fuori la notte era fresca, talvolta quasi fredda: la luna calava sul vasto occidente, dando alla brughiera un incanto selvaggio. O pallide notti delle solitudini sarde! Il richiamo vibrato dell’assiuolo, la selvatica fragranza del timo, l’aspro odore del lentischio, il lontano mormorio dei boschi solitari, si fondono in un’armonia monotona e melanconica, che dà all’anima un senso di tristezza solenne, una nostalgia di cose antiche e pure.
Raccolti attorno al fuoco, i paesani della cumbissia maggiore narravano storie argute, bevevano e cantavano. L’eco delle loro voci sonore si perdeva al di fuori, in quella grande solitudine, in quel silenzio lunare, fra le macchie sotto cui dormivano i cavalli».
(Elias Portulu, G. Deledda)

Al termine della festa i fedeli rientrano in città, portando con sé il simulacro del santo, dopo il passaggio di consegne tra i priori, che avviene nelle campagne di Marreri. Qui il gruppo di pellegrini si ritrova per un’imponente banchetto, chiamato “S’arbore“, l’albero.

a.ballero rientro dalla festa

Si giungerà  sino a Nuoro, e percorrendogli stretti vicoli si arriverà alla chiesa del Rosario, per poi raggiungere l’abitazione del nuovo priore, che avrà il compito di custodire lo stendardo sino al maggio successivo.

«E velato dalla fresca visione di questi alberi, fra il canto delle cinciallegre celate nelle siepi, ecco il piccolo villaggio all’ombra fiera e potente di monte Albo. Ti salutiamo Lula, piccolo fiero borgo, dagli abitanti forti, vergini tipi di antiche razze… […] Entrammo nel villaggio fra la meraviglia e l’ammirazione universale: le donne uscivano sulla via, gli uomini, che essendo festa, stavano in paese, si rizzavano salutando. Le viuzze di Lula sono strette… v’è una grande animazione di donniciuole, bimbi, galline e cani, come non ne h veduto in nessun altro villaggio. Le casette sono di pietra schistosa, rossastre, tanto piccole che passando a cavallo le si sorpassa con la testa…» (G.Deledda)